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giovedì 19 maggio 2011

BREAK - OSSA ROTTE di Hannah Moskowitz (Giunti Y)

Titolo: BREAK - OSSA ROTTE
Di:
HANNAH MOSKOWITZ
Edizione: GIUNTI (Collana Y)
Genere: ROMANZO (Narrativa Young Adult)
Anno: 2011
pp. 288

€ 14,50



RECENSIONE

Booklist lo ha definito un Fight Club all’ennesima potenza.
Ammetto di non aver visto il suddetto film, però mi pare di notarvi un messaggio molto chiaro: attenzione! La lettura non è di quelle sempliciotte.

Ebbene, devo confermare che leggere questo romanzo della Moskovitz non è stata una cosa facile (prendete il termine con le pinze). Mi spiego: molti punti mi hanno lasciato l’amaro in bocca. Punti particolari, inoltre, mi hanno fatto chiudere per un attimo il volume ed esclamare uno sfuggevole “bleah!”, per poi riprendere la lettura con più foga di prima (perché proprio non se ne può fare a meno, dopo averla iniziata).

Protagonista della storia è Jonah, un diciassettenne alla ricerca di qualcosa in grado di renderlo più forte, come lui stesso spiega. Il motivo? Una famiglia a un passo dal baratro.

Jonah è il maggiore di tre fratelli.

Il più piccolo, Will, di soli otto mesi, mette a dura prova i nervi di tutti, genitori compresi. Neppure il suo pediatra sa spiegare come mai piange di continuo, togliendo il sonno all’intera famiglia.

Infine Jesse, sedici anni, allergico a qualunque cosa, situazione che gli provoca continue crisi.
Jesse è allergico più o meno a tutto e la pappa di Will è praticamente ovunque. Jesse continuerà ad avere crisi per sempre.
Il “problema” di Jonah è il senso di iperprotezione nei confronti del fratello sedicenne. Causa che lo spinge a preoccuparsi troppo e, in alcuni casi, a rischiare lui stesso quelle crisi che tanto vuole evitare al fratello.

Cosa fa allora questo giovane ragazzo? Trae spunto da un concetto del Confucianesimo, che lui stesso ritiene il concetto più importante, il quale afferma: “Guardando alla famiglia come un’unità minima, ogni problema rimane in famiglia e tutto viene condiviso all’interno di essa. Nascendo, ognuno di noi fa parte di quell’organismo. Come in una cellula, tutti contribuiscono al bene comune”. Da questo spunto, la sua teoria: “Se la sua famiglia è l’unità minima, ogni volta che Jesse sta male, tutti stanno male. Il suo dolore è il dolore di tutti. Perciò, se Jesse non può stare bene, tocca a lui, a Jonah: si fa male, guarisce, diventa più forte. La sua forza diventa così la forza di tutti”.

Dove cercare questa forza? Rompendosi le ossa.
Si sa che le ossa rotte ricrescono più forti. È una specie di meccanismo naturale. Se ti rompi una gamba, te ne ricresce una migliore. Se ti rompi tutto il corpo, ne avrai uno migliore.
A condividere i suoi momenti di azione, Naomi, una sua cara amica.

Un’amica forse troppo accondiscendente, che non permette di far capire se la sua è più comprensione o indifferenza:
«Sono fiera di te! Questo è il tuo corpo e tu ci fai quello che ti pare, [. . .]».
Dall’altra parte però c’è lei. . . Charlotte, la sua ragazza. Colei che nulla deve sapere ma che – com’è inevitabile – a un certo punto scopre senza però sopportare.

Privato di Charlotte, Jonah sarebbe un non-Jonah, forse un surrogato di quel se stesso che è stato un tempo.

Charlotte è la mia linfa vitale. Senza di lei la mia vita sarebbe scialba e deserta, come quella di un’ameba. Ma con lei accanto, ho la netta sensazione che la mia vita sia tutt’altro che mediocre, piuttosto qualcosa a metà fra l’incredibile e lo spaventoso.

L’autolesionismo, tema affrontato nel romanzo, è uno dei modi estremi di reazione a emozioni negative e non solo.

Romanzo da 3 stelle = consigliato agli amanti del genere.

Vediamo ora più da vicino il problema dell'autolesionismo adolescenziale, assieme allo psicologo Pratino, che avete già avuto modo di conoscere in occasione dell'anoressia - tema esaminato nel romanzo Wintergirls della Anderson.

INTERVISTA A GAETANO PRATINO



Prima di tutto ci spieghi in breve quali sono le cause principali dell’autolesionismo, in riferimento soprattutto all’età adolescenziale.
Un atteggiamento si può definire autolesionistico quando si mette in atto un comportamento lesivo rivolto contro se stessi, sia intenzionalmente che non. Le cause delle condotte altrimenti definibili come auto-aggressive, ripercorrono un percorso estremamente complesso che oscilla da semplici passaggi all’atto che spesso rivelano un messaggio simbolico, veicolato con un atto contro se stessi fino ad arrivare ad atti impulsivi legati a un contesto psicopatologico conclamato.
C’è da aspettarsi atti di natura impulsiva da persone con disturbi legati a una tendenza ad agire (acting) senza considerare le conseguenze e con una forte instabilità affettiva. Spesso persone con questa problematicità tendono ad essere assai distruttive nei rapporti interpersonali e la loro labilità emotiva e le forti oscillazioni di umore, spingono queste persone ad essere manipolative e dominatrici, rivolgendosi contro se stessi pur di ottenere risultati generalmente legati a una perversa necessità di ottenere l’attenzione su di loro. È il caso di disturbi istrionici e borderline di personalità. Anche atteggiamenti isterici o narcisistici richiamano atteggiamenti di questa portata. Ci sono anche cause legate a una alterazione organica o all’abuso di alcol; tuttavia, quando parliamo di adolescenti, dobbiamo estendere il significato di certe azioni verso un mondo ben più complesso, dove convergono situazioni problematiche legate a forme pre-psicotiche o psicotiche. Se poi parliamo delle donne in particolare, vedremo frequenti casi di condotte centrate sul corpo come è il caso di bulimia e anoressia, o di una sessualità precoce oppure casi di tossicofilia nei maschi.
In ogni caso si può notare un attacco verso le proprie immagini del sé e dell’oggetto percepite come cattive e dunque da contrastare. Generalmente questi attacchi prendono la forma di bruciature o tagli su varie parti del corpo, come scarica motoria in risposta a una situazione di tensione, conflitto o di frustrazione.
Un'altra forma di auto-aggressività è caratterizzata dagli equivalenti suicidari, che spesso si rivelano come sintomatici di un disagio interiore e sono molto pericolosi perché possono portare al rischio di morte. Le cause possono essere sia di natura ambientale che più legati alla cerchia della propria sfera personale. In questi casi è preferibile collocare il senso dell’auto-aggressività in un contesto più sintomatico, cioè legato a un compromesso nevrotico alla base dell’adolescente, che rispecchia l’incapacità di mentalizzare il senso della propria esistenza e i rapporti e, più in generale, la vita stessa. Chi giunge ad atti di questo genere o ha una patologia conclamata come precedentemente esposto, oppure rivela un dilemma interiore che ha come matrice una profonda superficialità emotiva e una preoccupante frammentazione del proprio sé. Se escludiamo la patologia dunque possiamo circoscrivere il problema come un introietto sociale mal definito e metabolizzato. In altri termini, una componente sociale e una famigliare incide su atti di questa natura.
Sinteticamente possiamo schematizzare la questione prendendo in considerazione due aspetti. Da un lato, la quasi totale esclusione dalla vita di questi ragazzi dei genitori, i quali si auto-eliminano dallo scenario di vita dei loro figli a causa del lavoro o presi da altre preoccupazioni legate alla loro soddisfazione/insoddisfazione personale. Questo processo involutivo toglie all’adolescente un punto di riferimento che funga da contenitore emotivo per la tendenza autoregolatoria abozzata durante tutta la pre-adolescenza, e che è ancora in atto durante la sua adolescenza. Tutto ciò accresce l’incertezza nell’adolescente, accompagnata da una paurosa voragine di solitudine e senso di vuoto incolmabile. Dall’altro lato, troviamo pericolosi standard sociali che adescano gli adolescenti attraverso stereotipie sociali caratterizzate da un’impalpabile pretesa di soddisfare le loro esigenze e ricomporre i loro desideri perduti, soprattutto legati alla loro identità. È quanto accade con i mass media, internet o particolari stili di vita appresi nei contesti di gruppi dei pari.



Autolesionisti sono più i ragazzi o le ragazze? O magari non si può fare una differenza netta di questo tipo, aprioristicamente parlando?
Dunque, la differenza non è netta però c’è una tendenza sottile che ne mette in risalto una distinzione. Sinteticamente, possiamo concettualizzare il problema legato al sesso del ragazzo suddividendo i comportamenti come internalizzati/esternalizzati. Per le ragazze adolescenti c’è una forte tendenza verso l’internalizzazione dei comportamenti autolesionistici. Questo innanzitutto accade per la natura della donna che tende socialmente a non manifestare apertamente le proprie emozioni; di conseguenza casi di depressione con tendenze suicidarie o disturbi centrati sul proprio corpo, sono molto più frequenti nelle ragazze.
Mentre per i ragazzi la tendenza s’inverte attraverso atteggiamenti esternalizzati, come ripetuti incidenti stradali o tossicofilia. Tutto ciò ha una giustificazione di natura psicoanalitica legata alla pulsionalità diversamente gestita dai due sessi: mentre la ragazza tende più a introiettare, il ragazzo ha una tendenza verso la proiezione nel suo ambiente d’interazione.
 


L’aggressività verso se stessi è una vera e propria richiesta di aiuto. Quindi un autolesionista vuole che qualcuno si accorga di lui e, magari, corra in suo soccorso?
Quando gli atteggiamenti auto-lesionistici rivelano un compromesso nevrotico o dubbio esistenziale, allora diventa sintomatico di qualcosa. Il sintomo ha sempre una valenza simbolica con un significato diretto verso un interlocutore e, nei casi degli adolescenti, si parla delle figure significative come i genitori ma non solo. Il sintomo, comunque, per definizione comunica qualcosa poiché ha una natura relazionale. Alla base dunque necessariamente deve riflettere un messaggio che va analizzato individualmente. Ad esempio, può essere rivolto contro un familiare, come forma di protesta per ottenere maggiore autonomia oppure per far sentire in colpa qualcuno in particolare, come il partner da cui si è stati appena lasciati. Oppure, e questo si sta verificando recentemente, può rispecchiare una modalità di essere al mondo appresa per imitazione nei gruppi dei pari.



A detta di alcuni psicologi, l’autolesionismo tra i giovani sta diventando una moda; istigata soprattutto dai nuovi mezzi di comunicazione di massa, quali blog e forum su internet (dove i giovani possono scambiarsi informazioni e confessioni). Anche lei si ritrova d’accordo con quest’affermazione?
Parlare di moda mi sembra una pericolosa generalizzazione. Anche perché non dobbiamo dimenticare che stiamo riferendoci a un fenomeno in crescita, ma pur sempre circoscritto a particolari matrici culturali. Tuttavia, mi sembra opportuno soffermarci su questo tema, perché ci fornisce degli spunti significativi per quanto riguarda il cambiamento sociale che stiamo vivendo e di come esso alteri la vita di un adolescente.
Per spiegarmi meglio farò l’esempio degli “Emo”. Loro rappresentano una fetta di gioventù adolescenziale che ripercorre in breve alcuni rifacimenti, direi caricaturali, di fenomeni letterari del passato. Il leit motiv pare essere un profondo disinvestimento dalla vita per afferrare come propria causa aspetti come l’apatia, il disinteresse e l’anaffettività. Ciò che è preoccupante è che questo fenomeno riflette, anche se non tutti allo stesso modo, una tendenza sempre più radicata a identificarsi con modelli di pervasiva labilità emotiva e di grave disimpegno, sia morale che sociale. Ora, il processo di identificazione è molto complicato perché richiede una sinergia di fattori di natura ambientale, famigliare e individuale. Dunque, abbiamo già appurato la scarsa collaborazione dei genitori in ambito di tale processo; sappiamo anche che una caratteristica degli adolescenti è l’apprendimento per imitazione. La domanda è: dove prenderanno questi modelli con cui identificarsi? Nei gruppi dei pari. Il problema è che il gruppo dei pari rappresenta un’arma a doppio taglio poiché, oltre a fondare le basi di nuove identificazioni per l’adolescente veicola con maggiore facilità diventandone la punta dell’iceberg tutte le incertezze, le paure del domani e ansie relative ai loro cambiamenti, sia sociali che individuali. Di conseguenza, la tendenza di molti adolescenti nei gruppi sarà quella di disinvestirsi della vita, sfuggendo alle responsabilità individuali e preferendo modelli caratterizzati da sospensione del giudizio, labilità emotiva e un nevrotico rifuggire costantemente dalle scelte della loro vita.
Io ritengo che, in questa era di forte impronta mediatica, l’utilizzo arbitrario di internet faciliti ideologie ed esperienze che, messe a confronto, spingono l’adolescente verso identificazioni problematiche, le quali innescano ulteriore ansia che si accumula a quella legata ai frammenti del sé che devono ricomporre in questa fase critica della loro esistenza. In questa cornice problematica sono collocabili anche le manifestazioni comportamentali come l’auto-aggressività che, venendo spogliata come altri accadimenti della loro gravità e messi a disposizione della massa mediatica, trova negli adolescenti un fittizio rinforzo sostenuto reciprocamente da tanta ansia e poca mentalizzazione degli eventi.



L’autolesionismo può sfociare nel suicidio?
Una delle forme conclamate di autolesionismo si manifesta purtroppo anche attraverso il suicidio. Tuttavia, è bene ricordare che i casi di reale suicidio sono meno numerosi rispetto a un altro fenomeno noto come “equivalenti del suicidio”. Con queste condotte suicidarie intendiamo un insieme di condotte nel corso delle quali la vita del soggetto è messa in pericolo dal punto di vista di un osservatore esterno, ma nel corso delle quali il soggetto nega il rischio che si è assunto. Ciò che in fondo le distingue dal suicidio è la nozione di coscienza di morte. Va ricordato infatti che le condotte suicidarie sono frequenti negli adolescenti, ma non portano sempre a un passaggio all’atto suicidario riconosciuto in quanto tale. In realtà esiste un continuum fra le diverse condotte che mettono a repentaglio la vita: si passa dalle condotte pericolose agli equivalenti del suicidio, per finire ai veri e propri tentativi di suicidio.
Negli equivalenti del suicidio si caratterizza per alcune condotte in cui il desiderio cosciente di attentare alla propria vita non è espresso, ma dove la struttura psicopatologica dell’adolescente e del suo ambiente familiare e sociale è molto simile a quella che si osserva fra gli adolescenti suicidi. Questo è il caso di molti incidenti a ripetizione con automobili o gli incidenti per overdose nei tossicomani.
Il suicidio, invece, rappresenta un tentativo di distruggere le immagini interne attaccando il corpo. Secondo alcuni studiosi, il momento del suicidio rappresenta un fallimento nei processi di mentalizzazione, una sorta di cortocircuito nella possibilità di elaborazione psichica. Senz’altro la tendenza impulsiva del passaggio all’atto che caratterizza questa fase adolescenziale incide notevolmente sulle probabilità di riuscita di un tentativo di suicidio. Generalmente il veicolo principale che scatena questa tendenza contro se stessi è la depressione, anch’essa molto frequente durante l’adolescenza. Entrando più in dettaglio possiamo stilare alcune motivazioni alla base di un atto così drastico: la fuga, il lutto, il castigo, il delitto, la vendetta, la richiesta e il ricatto, il sacrificio e il ricatto.



Quali sono i primi passi da fare se ci si accorge di un parente o un amico autolesionista?
Come ogni patologia anche in questo caso l’aspetto preventivo è fondamentale. Ci sono atteggiamenti o piuttosto sinergie particolari che spesso orientano verso una diagnosi del genere, ad esempio, il tipo di musica, gli orari di coprifuoco, cambiamento radicale del proprio corpo (tatuaggi, particolare capigliatura..), atteggiamenti passivizzanti o al contrario un’euforia o ipereccitamento non giustificato, apatia, labilità emotiva e più in generale una tendenza all’acting, cioè a un agito a diversi livelli seguita da una incapacità di giustificarsi.
Se invece parliamo di tentativi di suicidio, allora l’aspetto preventivo a volte diventa fondamentale per la vita della persona in questione. Tuttavia, capire quando c’è in atto un atteggiamento di tentato suicidio oppure una equivalenza di suicidio o un semplice passaggio all’atto, è diagnosticamene molto difficile. Sicuramente una forte rimuginazione o ideazione immaginativa in riferimento alla morte o parlarne di continuo e accompagnati da un atteggiamento apatico e anaffettivo, può aiutare a comprendere le intenzioni del potenziale suicida.


DALLA QUARTA DI COPERTINA

Jonah ha una famiglia a dir poco difficile. Ha due genitori quasi assenti, che non ricordano più perché stanno insieme e a malapena riescono a tenere le fila di un matrimonio che sta rovinando la loro vita e quella dei figli. E ha due fratelli: Will, di pochi mesi, che piange incessantemente, e Jesse, di 16 anni. Il rapporto tra Jonah e Jesse va ben al di là dell'amore fraterno. Sì, perché Jonah è l'angelo custode di Jesse, colui che ogni giorno lo salva da morte sicura per soffocamento. Jesse soffre infatti di gravi allergie alimentari, soprattutto al latte e, dato che Will è ancora un poppante, Jesse non è mai al sicuro, nemmeno in casa. I suoi attacchi sono violenti, terribili, devastanti, tanto da spedirlo in ospedale. Jonah non può permettersi di perderlo mai di vista: controlla tutto ciò che mangia, tocca, respira. Si assicura anche che quella sbadata di sua madre non allatti Will e poi tocchi il fratello. Ogni volta che il cellulare squilla, il cuore di Jonah parte al galoppo per la paura che Jesse sia in fin di vita. Jonah vuole essere più forte, ha bisogno di essere più forte, per sorreggere una famiglia sull'orlo del baratro, per sostenere un fratello che rischia di morire ogni giorno, per non cedere al raptus omicida nei confronti di un bebè che riduce a brandelli i nervi di tutti. Rompersi le ossa e guarire è l'unico modo che Jonah conosce per rinforzarsi. Perché chiunque sa che un osso fratturato ha il potere di curarsi da solo e di ricrescere più forte, rinvigorito.


L'AUTRICE

Hannah Moskowitz ha 19 anni e vive a Silver Spring, nel Maryland. Le tematiche caratterizzanti dei suoi libri sono: i fratelli, l’ambiguità sessuale e i bambini. In totale ha scritto 4 libri, di cui al momento solo uno è già uscito gli altri sono attesi tra l’aprile del 2011 e il 2012. Hannah studia presso l’Università del Maryland.Anteprima Break.Ossa rotte: storia di un autolesionismoAnteprima Break.Ossa rotte: storia di un autolesionismo

venerdì 12 novembre 2010

WINTERGIRLS di Laurie Halse Anderson (Giunti Y)


Titolo: WINTERGIRLS
Di: LAURIE HALSE ANDERSON
Edizione: GIUNTI (Collana Y)
Genere: ROMANZO (Narrativa Young Adult)
Anno: 2010
pp. 384

ISBN: 978-88-09-74550-6
€ 14, 50




RECENSIONE:


A volte leggere un libro, un libro profondo, tale da risultare vero, può essere un modo per addentrarsi nei meandri di una vita vissuta. Accade questo leggendo l’ultimo romanzo di Laurie H. Anderson, già autrice del fortunato "Speak".
"Wintergirls", con il suo linguaggio giovane, riesce a inoltrarci del tutto nei pensieri della protagonista. È proprio lei, Lia, a rivolgersi direttamente al lettore attraverso parole a volte sussurrate, altre volte urlate. Il suo urlo proviene da un dolore acuminatosi a causa di una grave perdita che, nel tempo, fa accrescere in lei il senso di colpa. Quello stesso senso di colpa che, provando dopo aver ingerito del cibo, la porta a estenuanti esercizi ginnici notturni per bruciare i grassi; o, come forma di punizione per aver mangiato, a cibarsi di alimenti piccanti oppure a servirsi dei lassativi.
Se da una parte troviamo l’esile corpo di una ragazza sospesa a metà tra questo mondo e la sua realtà fittizia, dall’altra è possibile scorgere quello di Cassie. Tramite lei, la migliore amica di Lia, si snoda una specie di sottotrama, fatta di brevi aneddoti e ricordi solenni; come il patto di sangue che le due amiche stipulano al chiaro di luna: una gara a chi delle due riuscirà a diventare la più magra.
Il romanzo tratta uno dei temi più delicati tra gli adolescenti, l’anoressia.

Scritto in prima persona, è un viaggio virtuale nella mente di chi racconta la propria storia, consumata dalle paure, dalle debolezze e dai propri fantasmi. L’utilizzo del barrato, molto usato dalla scrittrice, consente al lettore di separare le riflessioni della protagonista da ciò che si costringe a pensare e, di conseguenza, comunicare all’interlocutore di turno.
È la storia di chi viene risucchiato nel vortice di una malattia complessa, alla ricerca della propria identità e, forse, della propria collocazione nel mondo. Ma anche una storia d’amicizia, di quelle che nemmeno la morte separa.
Una storia, anzi, due storie cucite assieme che, con le lacrime di chi legge, legano gli occhi alle pagine del libro.

Romanzo da 3 stelle = consigliato agli amanti del genere.

INTERVISTA:
Ringrazio Gaetano Pratino, giovane psicologo di San Severo (FG), per aver accettato la mia proposta di rispondere ad alcune domande sul tema.
1. L’anoressia è una malattia che colpisce per la maggiore, se non quasi esclusivamente, le ragazze; il più delle volte adolescenti. Nella società contemporanea dove vanno ricercate le maggiori cause?
Le cause dell'anoressia, quale disturbo dell'alimentazione, vanno ricercate essenzialmente nel binomio socioculturale-familiare. In altri termini, quando il sistema famiglia non funziona come dovrebbe, a causa prevalentemente di un conflitto familiare nascosto che nella maggior parte dei casi interessa il sottosistema della coppia coniugale, la paziente anoressica attiva il sintomo che avrà la funzione di mandare un messaggio di protesta in maniera diversa: a una madre, vissuta come prevaricatrice col partner e successivamente ipercontrollante con la malattia della figlia e a un padre, vissuto inizialmente come un alleato che presto si trasformerà in un traditore. La formazione del sintomo, riesce a trovare la sua collocazione nella dimensione socioculturale contemporanea, una dimensione in continua trasformazione che cattura l'attenzione dell'adolescente, offrendo un profilo della vita intesa nei termini dell'apparire e non più dell'essere. La moda longilinea dunque prende il sopravvento e con essa la futura anoressica si trova in mano un potente strumento di ricatto e di protesta contro genitori in contrasto.
2. La persona che inizia a soffrire di disturbi alimentari si rende conto del pericolo, lo percepisce con il tempo oppure non si accorge del problema? Lei pensa che questo tipo di percezione possa variare da caso a caso, da persona a persona?
Generalmente il disturbo anoressico non è avvertito dal paziente come una patologia che può portare a gravi conseguenze. Queste ragazze non percepiscono affatto il cambiamento repentino del peso corporeo e della mole del proprio corpo; piuttosto sono assorbite dal desiderio ormai diventato irrefrenabile di perdere peso, il che lascia trapelare una chiara sindrome dismorfofobica, intesa come alterazione della percezione del proprio corpo. La funzione prioritaria del sintomo è racchiuso nel tentativo estremo di ripristinare un equilibrio all'interno della famiglia attraverso un'instancabile sfida protratta nel tempo contro genitori vissuti come estranei. In definitiva, dunque, non ritengo che l'anoressia possa avere una percezione della stessa variabile da caso a caso, in quanto formazione e obiettivo del sintomo sono circoscritte all'interno di un quadro patologico specifico.

3. In che modo un familiare, un amico o comunque una persona vicina al diretto interessato, può captare dei segnali d’allarme e qual è il modo giusto per aiutarlo?
La malattia anoressica è caratterizzata da una vistosa alterazione del volume del corpo confacente a un calo spaventoso del peso corporeo. Il vantaggio anche precauzionale del disturbo è legato al suo palesarsi attraverso un repentino cambiamento di tutto il corpo. Tuttavia, non sempre un tale apparire manifesterà l'anoressia; di conseguenza ci sono dei valori che possono evidenziarne la formazione del sintomo. Generalmente, bisogna tenere presente la proporzione con l'altezza e vedere se il peso scende in maniera abnorme rispetto anche al peso corporeo precedente della ragazza. I valori cominciano a diventare allarmanti quando il peso scende tra i 35/40 kg; un ulteriore calo provocherebbe un ricovero immediato. Ci sono anche aspetti fisiologici da considerare, uno fra tutti è la sospensione delle mestruazioni, nota come amenorrea, e il calo del piacere sessuale. Da annotare, tra le manifestazioni comportamentali, una straordinaria iperattività compensativa del calo della voracità sessuale. Un intervento solerte può evitare il peggioramento del decorso patologico attraverso la richiesta anche del semplice medico di famiglia, il quale, attraverso la diagnosi del caso deciderà per un ricovero. Altri organi del settore che si possono contattare sono il Centro di Salute Mentale o Comunità di recupero che possono essere segnalati dalle istituzioni.

4. L’autrice del romanzo “Wintergirls”, Laurie H. Anderson, ha dichiarato che c’è chi tenta di proibire i suoi libri, in vista del fatto che alcuni argomenti da lei trattati mettono a disagio. Quanto invece, con particolare riferimento al tema quivi esposto, è importante fare informazione e soprattutto parlarne?
Parlare di anoressia può essere un’efficace misura precauzionale contro la stessa. Ciò che più conta nella dotazione dell'informazione è saper scegliere il messaggio giusto da veicolare all'interno delle famiglie senza toni moralizzanti o giudicanti ma, piuttosto, cercando di trovare la giusta collocazione del messaggio che riesca a intersecare da un lato la qualità dei rapporti tra i membri della famiglia e dall'altro, a sottolineare la giusta dimensione del vivere al di fuori della stessa, in mezzo a costumi, mode e abitudini che troppe volte rischiano di essere inclini piuttosto all'ideale dell'essere e apparire. In altre parole, è giusto che il ragazzo comprenda quanto sia importante il valore individuale di cui egli è portatore senza idealizzare se stesso attraverso messaggi incalzanti di una cultura massificante.
Per conoscere novità, anticipazioni e protagonisti della Y: http://y.giunti.it

DALLA QUARTA DI COPERTINA:
Lia e Cassie sono amiche fin dall’infanzia, ragazze congelate nei loro fragili corpi, in competizione in un’assurda gara mortale per stabilire chi tra loro sarà la più magra. Lia conta maniacalmente le calorie di tutto quello che mangia e di notte quando i suoi non la vedono si sfinisce di ginnastica per bruciare i grassi. Le poche volte che mangia, cerca di ingerire cose che la feriscono, come cibi ultrapiccanti, in modo da “punirsi” per aver mangiato. Si gonfia d’acqua per ingannare la bilancia nei giorni in cui la pesano. Quando eccede nel cibo ricorre ai lassativi e passa il tempo a leggere i blog di ragazze con disturbi alimentari che si sostengono a vicenda.

Nel suo libro più toccante e poetico dopo Speak, finalista al National Book Award, l'autrice di best seller, L. H. Anderson esplora l'impressionante discesa di una ragazza nel vortice dell'anoressia.

L'AUTRICE:
Laurie Halse Anderson è nata nel 1961 a Postdam, cittadina dello stato di New York. Con 25 libri all’attivo e numerosi riconoscimenti letterari è attualmente una delle scrittrici più amate nel campo della narrativa Young Adults.
L’autrice ha studiato in Danimarca, vissuto in una fattoria, lavorato in un negozio di vestiti, approcciato la vita collegiale all’Onondaga Community College e si è infine laureata nel 1984 alla facoltà di lingue e linguistica della Georgetown University. Dopo aver costruito una famiglia e dato alla luce due bambine, ha iniziato la sua carriera di scrittrice pubblicando la sua prima opera nel 1996: Ndito Runs, a cui sono seguiti svariati racconti per l'infanzia.

Tra gli altri romanzi di Laurie Halse Anderson si segnalano: Catalyst (2002), Prom (2005), Twisted (2007) e Wintergirls (2009) che ha scatenato un dibattito tra le teenager americane, ricevuto ottime critiche e un notevole successo di vendite. Speak, che pubblicato originariamente nel 1999 ha ispirato un film (2004) con lo stesso titolo e identica fortuna, è il suo primo romanzo ad arrivare finalmente in Italia (a partire dal 14 ottobre).